Fai una passeggiata per Rimini
STORIA DELLA CITTA' DI RIMINI
Covignano,
infatti, uno scavo (1969) ha messo in luce fondi di capanne dell'Età del Bronzo
Recente. Il fatto che siano stati rinvenuti, oltre a reperti fittili dell'Età
del Bronzo, vasellame dell'Età del Ferro e perfino ceramiche attiche,
testimonia che il villaggio fu abitato continuativamente per alcuni secoli, e
dimostra altresì l'esistenza di uno scalo marittimo alla foce del Marecchia,
controllato verosimilmente dai Villanoviani, a cui approdavano navi cariche di
mercanzie e soprattutto d'ambra. La civiltà villanoviana - che aveva come
epicentro Verucchio, roccaforte da cui era possibile dominare tutta la valle del
Marecchia - si sarebbe espansa verso il mare per promuovere e controllare quei
traffici che ne consentiranno la fioritura.
el V secolo,
dunque, gli abitanti degli avamposti collinari scendono in pianura e vi si
stanziano. Stando al quadro storico tradizionale, basato su notizie di Strabone,
Pausania, Polibio e Tito Livio, tale territorio fu abitato dapprima da non
meglio precisate popolazioni indigene (da identificarsi, forse, coi
Villanoviani), poi dagli Umbri (chiamati - si tramanda - per contrastare gli
Etruschi) e infine dai Galli Senoni. I ritrovamenti archeologici, di fatto, non
documentano significativi mutamenti culturali per tutto il IV secolo e il
principio del III. Alla "nazione" celtica è collegato un solo, per
quanto importante, documento: il famoso aes grave, che al diritto
presenta una testa virile con capelli a grosse ciocche, baffi e pesante collana
(torques), in cui si è unanimemente riconosciuta l'effigie di un
Gallo. Non è stato ancora stabilito definitivamente, invece, se a fondere la
moneta sia stata una zecca celtica o romana, anche se le argomentazioni pendono
a favore della prima ipotesi.
'orientamento della città è una spia eloquente dei progetti del governo di
Roma: il "cardo", da monte a mare, ribadisce l'importanza della
vecchia via commerciale villanoviana, mentre il "decumano" svela
inequivocabili mire espansionistiche in direzione della Valle Padana.
All'incrocio fra i due assi principali si apre il foro, cuore politico,
religioso ed economico di Ariminum. Vie minori parallele o
perpendicolari agli assi delimitano gli isolati, razionalmente disposti a
scacchiera. La città, cinta di mura in opus quadratum, può ospitare
dai dieci ai ventimila abitanti; altrettanti popolano l'agro, centuriato secondo
la regola astronomica e fittamente appoderato. I seimila coloni laziali e
campani che, secondo gli storici antichi, si stabiliscono in territorio riminese,
sono infatti capifamiglia con moglie, figli e servi.
La
fondazione di Ariminum è un fatto storicamente significativo, giacchè
segna la definitiva vittoria dei sostenitori di uno Stato romano esteso a tutta
la penisola contro i fautori di uno Stato circoscritto al Lazio, cioè, in
sostanza, dei populares contro il patriziato. La costruzione delle
grandi strade consolari riconferma sia questa scelta politica, ormai
irreversibile, che il ruolo di caposaldo di Ariminum. Nel 220 Caio
Flaminio inaugura la via Flaminia, arteria commerciale e militare di 212 miglia
integralmente selciate che congiunge Roma con l'ager gallicus. Nel 187
Emilio Lepido apre la via Emilia che, da Rimini a Piacenza, attraversa e collega
l'intera Valle Padana. Nel 132, infine, Publio Popilio Lenate traccia la via
Popilia, la strada costiera che, partendo da Rimini, arriva ad Adria e forse ad
Aquileia.
mportante
centro fortificato, sicuro sbocco portuale e primario caput viarum, Ariminum
è ormai, tra il II e il I secolo a. C., una città attiva e florida che pratica
l'artigianato e il commercio, e dove si affermano famiglie potenti come gli Ovii
e i Maecii. Nel 90, al termine di un processo di ascesa politica ed economica di
quasi due secoli, Rimini cessa di essere una colonia di diritto latino e diventa
municipio romano; i suoi abitanti, parificati ai cittadini di Roma, vengono
iscritti alla tribù aniense.
Nella guerra civile tra Mario e Silla, ovvero tra i populares e il partito patrizio, Rimini si schiera coi primi. Presa a tradimento la città, Silla la mette a ferro e fuoco (82 a. C.). I partigiani di Mario sono banditi. La fonte del sacco di Silla è Cicerone; la testimonianza è autorevole, ma non ha trovato conferma in ritrovamenti archeologici.
l 12 gennaio
del 49 un altro più famoso rappresentante dei "popolari", Giulio
Cesare, attraversa il Rubicone alla testa della XIII legione. Più di trecento
anni di discussioni, spesso molto vivaci, non sono bastati a chiarire quale
degli attuali corsi d'acqua debba identificarsi col Rubicone: se il cesenate
Pisciatello, il savignanese Fiumicino o il riminese Uso; pare infatti che
l'antico Rubicone abbia modificato il suo corso nell'alto Medioevo.
L'attraversamento in armi del fiumicello - confine tra la Gallia Cisalpina e
l'Italia - costituisce un gesto di aperta e insanabile ribellione al senato di
Roma ed è stato tradizionalmente interpretato come l'atto simbolico del
trapasso dalla repubblica al principato. La sera stessa Cesare si acquartiera ad
Ariminum.
'età
augustea costituisce per Rimini un periodo di vasti interventi pubblici e, di
conseguenza, di rinnovamento, di crescita e di generale benessere. Nel 27 a. C.,
al termine del radicale restauro della via Flaminia, è eretto l'arco d'Augusto.
Il monumento, tutto in pietra d'Istria, ha la doppia funzione di porta
principale della città e di arco trionfale (sull'attico è collocata una statua
in bronzo dell'imperatore), ed è il primo e il più importante fra quelli
costruiti nella Cisalpina. Iniziato nel 14 d. C., ultimo anno di vita di
Augusto, il ponte a cinque arcate sul Marecchia sarà terminato nel 21 dal suo
successore Tiberio, a cui è oggi intitolato. Alla costruzione dell'arco e del
ponte, collocati ai due estremi del "decumano" - che diviene così la
via più importante della città, e tale resterà fino ai nostri giorni - si
affianca un ampio programma di lavori pubblici: nell'anno 1 d. C. Caio Cesare,
figlio adottivo di Augusto, fa lastricare tutte le strade; allo stesso periodo
data l'erezione del teatro nelle adiacenze del foro. I templi e gli edifici
pubblici vengono rivestiti di pietra, importata massicciamente dall'altra sponda
dell'Adriatico. Gli edifici privati si arricchiscono di pavimenti musivi, marmi
pregiati ed eleganti intonaci, e confermano l'impressione di una diffusa
agiatezza. Successivi imperatori completano gli impianti pubblici di Ariminum.
l tempo di
Domiziano (81-96 d. C.) risalgono l'acquedotto e la rete fognaria. Il grande
anfiteatro, di dimensioni non inferiori a quelle del Colosseo, è eretto in età
adrianea (119-138). Ad Antonino Pio (138-161) spetterebbe la costruzione della
fontana pubblica. Fra l'età degli Antonini e quella dei Severi si assiste a un
consistente sviluppo dell'edilizia privata, promossa da possidenti, mercanti e
funzionari. La struttura economica di Ariminum consente ancora
l'accumulo di grandi patrimoni, ma la maggioranza dei cittadini deve far fronte
a un processo di progressivo impoverimento.
l
Cristianesimo, in effetti, dovette diffondersi a Rimini tra la fine del II e il
principio del III secolo. La cattedra episcopale sarebbe stata istituita nel III
secolo. Un vescovo di nome Stemnio avrebbe otte
nuto da Costantino di convertire il tempio pagano di Ercole in chiesa cristiana e avrebbe intitolato questa, che sarebbe poi diventata la cattedrale, a santa Colomba.
l concilio
di Nicea del 325 si era chiuso con la sconfitta di Ario, la cui dottrina sulla
Trinità era stata condannata. Ciò, tuttavia, non aveva posto fine alle
dispute. Per comporre il contrasto, nel 359 l'imperatore Costanzo II convoca a
Rimini un nuovo concilio, a cui partecipano oltre quattrocento vescovi
provenienti da tutte le province occidentali (quelli d'Oriente si riuniscono a
Seleucia). Appoggiati dall'imperatore, i seguaci di Ario riescono a raccogliere
la stragrande maggioranza dei vescovi su una mozione di compromesso che, di
fatto, annulla i deliberati di Nicea. Solo un'esigua minoranza di ortodossi si
oppone alle conclusioni del concilio di Rimini. Tra questi irriducibili - appena
diciotto - è annoverato il vescovo di Rimini Gaudenzio.
Arrestato dal preside dell'imperatore per la sua aperta predicazione antiariana,
il 14 ottobre del 360 è linciato da un gruppo di fanatici partigiani di Ario.
a precisato
che l'esistenza storica del santo, patrono di Rimini, è ignorata dalle fonti
coeve. Primario nodo stradale, e perciò luogo di passaggio quasi obbligato,
Rimini deve sopportare a più riprese l'urto delle invasioni barbariche. Nel 409
vi si accampa il visigoto Alarico, che poi metterà a sacco Roma. Nel 452 Rimini
scampa miracolosamente alle orde unne, contro cui schiera - stando a una
tradizione non molto solida - tremila uomini. Nel 476 passa per Rimini Odoacre,
re degli Eruli, che giunto a Roma deporrà l'ultimo imperatore d'Occidente,
Romolo Augustolo. Nel 490 il goto Teodorico scende in Italia e sconfigge
Odoacre, che ripara a Ravenna; Teodorico salpa dal porto di Rimini e sbarca a
sei miglia da Ravenna: la città, affamata e priva di soccorsi, deve arrendersi.
è l'anno 493. Teodorico si proclama re d'Italia e stabilisce a Ravenna la sua
corte.
' l'anno
539. Quattro anni di continue battaglie, assedi e saccheggi hanno innescato una
spaventosa carestia che miete centinaia di migliaia di vittime e imbarbarisce i
superstiti. Procopio di Cesarea, autore di una cronaca vigorosa e impietosa,
narra un episodio inquietante: due donne di un villaggio presso Rimini,
proprietarie di una locanda, avrebbero ammazzato nel sonno, macellato e divorato
diciassette malcapitati viandanti, per essere passate a fil di spada dal
diciottesimo.
a guerra fra
i Goti e i Bizantini si trascina con alterne fortune dei contendenti. Nel 549
Giustiniano richiama in patria Belisario; Totila, che era stato incoronato re
dei Goti nel 541, può rioccupare buona parte dell'Italia, compresa Rimini. Nel
552 sbarca a Ravenna il generale bizantino Narsete, alla testa di un esercito
agguerrito, e punta verso Roma; a Rimini incontra l'accanita resistenza del goto
Usdrila, che per fermare i Bizantini fa smantellare l'ultima arcata del ponte di
Tiberio. I Goti, dopo alcuni infruttuosi tentativi di riscossa, debbono
sottomettersi a Giustiniano.
Rimini torna
ai Bizantini, che danno un nuovo assetto politico-amministrativo ai territori
conquistati. Rappresentante dell'imperatore in Italia è l'esarca, che risiede a
Ravenna e governa direttamente sulle città emiliane dell'"esarcato";
le città di Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia e Ancona compongono la "pentapoli
marittima", di cui Rimini è la capitale e che è retta da un duca. Due
toponimi conservano il ricordo di questo periodo: "via Ducale" e
"Castellaccia", rione così chiamato per il turrito palazzo del duca
che vi sorgeva.
'"esarcato" e la "pentapoli" si opporranno, nel 568,
all'occupazione dei Longobardi di Alboino. Da questa resistenza deriva il nome
Romagna (Romania), "terra romana", in contrapposizione a
Longobardia (da cui Lombardia), "terra longobarda". Solo nel 751
i Longobardi riusciranno ad aver ragione degli ultimi possedimenti bizantini.
Per poco, giacchè nel 756 il franco Pipino sconfiggerà il longobardo Astolfo e
donerà l'"esarcato" e la "pentapoli" alla Chiesa.
l titolo di
duca designa ora i governatori papali. Nella seconda metà del X secolo, in
conseguenza della riforma amministrativa di Carlo Magno, il nome di duca è
sostituito da quello di conte, pur restando invariate le prerogative. Le notizie
sulle condizioni di Rimini in questo periodo sono scarsissime; registrazioni del
Codice Bavaro documentano che le case del pieno centro sono di legno,
paglia e fango: ciò che indica un grave degrado della situazione economica e
del tenore di vita. Nell'alto Medioevo il cuore politico e religioso della città
si trasferisce dal foro all'area attigua alla cattedrale di Santa Colomba; nella
confinante piazza della Fontana sorgeranno poi gli edifici del libero comune.
ntorno al
fatidico anno Mille ha inizio in tutta Europa una lunga fase di ripresa
economica e di sviluppo demografico. La rinascita di Rimini sembra legata ad un
evento naturale: il mutamento di corso del Marecchia, la cui foce diventa un
ottimo porto. L'importanza del nuovo scalo è indubbia. Nell'XI secolo, in
connessione con le molteplici attività portuali, sorge il borgo di San
Giuliano.
Alla fine del XII secolo, in sostituzione dei consoli, è introdotta a Rimini la figura del podestà, uno straniero con un incarico temporaneo (da sei mesi a un anno). L'innovazione ha un significato inequivocabile: la provenienza del podestà da un'altra città e la durata limitata della carica vorrebbero garantire da mire di potere e da pesanti ingerenze delle fazioni; è quindi un indizio dell'inasprimento delle lotte di parte.
el 1157 il
comune di Rimini ottiene dall'imperatore Federico Barbarossa un privilegio che
riconosce le magistrature municipali e concede alla "diletta e fedelissima
città", ghibellina da sempre, ogni diritto sul suo territorio e facoltà
di battere moneta. Nel 1204 ha inizio la costruzione del Palazzo del comune, o
Arengo, destinato ad ospitare le adunanze del Consiglio generale. Al podestà
sarà riservata una sede autonoma - il Palazzo del podestà, appunto - nel 1330.
Intorno alla metà del XIII secolo il comune intraprende l'erezione delle nuove
mura sia per difendersi meglio dai confinanti che per una più rigorosa esazione
del dazio.
a fase
comunale è breve e tormentata. Alle continue guerre con le città vicine (in
particolare Cesena e Pesaro), si sommano i contrasti religiosi (Rimini ospita
una forte comunità ereticale, i Patarini) e le lotte di parte. Va detto, in
proposito, che quando si parla di Guelfi e Ghibellini non ci si riferisce a
sostenitori convinti e fedeli del papa e dell'imperatore. Sotto le divisioni
politiche, spesso palesemente pretestuose, affiorano le rivalità personali e
familiari. Dagli scontri di fazione emergeranno, attraverso un progressivo
controllo delle strutture comunali, le famiglie signorili. A Rimini come
dovunque.
' Malatesta
da Verucchio, il dantesco "mastin vecchio", che, inserendosi abilmente
nelle lotte di parte e assicurandosi il controllo della podesteria, sbaraglia i
rivali e pone le basi della signoria malatestiana. A Rimini i Ghibellini sono
capeggiati dalla famiglia dei Parcitadi, che già al principio del XII secolo
sono i veri padroni della città a capo dei Guelfi sono i Gambacerri. Malatesta
da Verucchio, ghibellino per vecchia tradizione familiare, nel 1248 passa al
campo avverso, dove in breve occuperà una posizione predominante grazie
all'appoggio della Chiesa e ad un'accorta politica matrimoniale. Nello stesso
anno del mutamento di fronte piomba su Rimini, fa prigioniero il podestà e
insedia al potere il partito guelfo. Ai ripetuti tentativi di ribellione dei
ghibellini, Malatesta risponde esiliandone i capi. Nel 1295 tenta un colpo di
mano. Scoppiano violenti tumulti e le opposte fazioni si scontrano per tre
giorni. All'indomani della solenne riconciliazione, Malatesta assalta di notte
le case dei capi ghibellini che, sorpresi nel sonno, non possono opporre
resistenza. Parecchi muoiono (fra questi Cignatta e Montagna Parcitadi), molti
altri sono fatti prigionieri. I Parcitadi si rifugiano a Venezia, da cui non
faranno più ritorno in patria.
a inizio la
signoria dei Malatesti. Il "mastin vecchio" morirà centenario nel
1312. Sposatosi tre volte, genera otto figli. Da Concordia, la seconda moglie,
ha tre maschi: Malatestino (detto "dall'Occhio" perchè guercio),
Giovanni (detto "lo Sciancato"), marito di Francesca
da Polenta, e Paolo (detto "il Bello"): questi ultimi sono celebri
per essere gli attori della tragedia familiare immortalata da Dante. Che
fondamento storico ha questa vicenda di amore e morte che ispirerà decine di
poeti, drammaturghi, musicisti, pittori romantici? Del fatto si ignora tanto
l'anno che il luogo. Luigi Tonini propone, con solidi argomenti, la data del
1283 e la città di Rimini. Altri la pensano diversamente. Il solo elemento
certo è l'identità dei protagonisti.
alatestino
succede al padre nel 1312. Alla sua morte, nel 1317, diviene signore di Rimini
il fratello Pandolfo, che si batte vittoriosamente contro una lega di ghibellini
toscani e marchigiani. Nel 1326 gli subentra Ferrantino, figlio di Malatestino,
che nel 1334 è deposto dai figli di Pandolfo Galeotto e Malatesta
(soprannominato, per l'occasione, "Guastafamiglia"). A costoro il
Consiglio generale concede il "dominio" e la "defensoria" a
vita della città, trasmissibili ai discendenti: formale atto di legittimazione
di un potere già esercitato di fatto.
rivi ormai
di avversari, i Malatesti si combattono fra loro. Le lotte intestine hanno
provvisoriamente fine nel 1343. Nel 1348 infuria la spaventosa pestilenza che
decima l'Europa e che spopola anche Rimini, uccidendo - testimonia un anonimo
cronista - due persone su tre. Alla peste, probabilmente, è collegato il rapido
tramonto della grande scuola di pittura - il Trecento riminese - che in Neri, Giovanni,
Giuliano, Pietro, Francesco e Giovanni Baronzio aveva avuto i suoi principali
esponenti.
a peste non
arresta invece Malatesta "Guastafamiglia" che, rafforzate e ampliate
le mura di Rimini, si espande nelle Marche. Per fronteggiarlo, Innocenzo IV
nomina suo vicario il cardinale spagnolo Egidio Albornoz, uomo energico e
accorto, che prima ferma il "Guastafamiglia" e poi lo usa contro i
Manfredi e gli Ordelaffi. Alla sua morte (1364) la signoria di Rimini passa al
fratello Galeotto. Gli succede, nel 1385, il figlio Carlo, il cui governo è
ricordato come un periodo di pace e d'operosità: si deve a lui il restauro del
porto riminese, che darà alla città cospicui e duraturi benefici. Carlo, che
non ha figli, accoglie a Rimini i tre figli illegittimi del fratello Pandolfo
III - Galeotto Roberto, di 12 anni, Sigismondo,
di 10, e Domenico (più noto come Malatesta Novello), di 5 - e convince il papa
a riconoscerli.
arlo muore
nel 1429. Erede della signoria è Galeotto Roberto, un asceta ardente di zelo
religioso, del tutto inadatto al ruolo. Il ramo pesarese dei Malatesti cerca di
approfittarne e manovra perchè a Rimini scoppino dei tumulti. Ma il
quattordicenne Sigismondo raccoglie un esercito e soffoca la rivolta. Galeotto
Roberto rinuncia al potere e si chiude in un monastero di Santarcangelo, dove
morirà prematuramente per le severe pratiche di disciplina. A soli sedici anni
Sigismondo è signore di Rimini.
rillante
capitano di ventura e accorto diplomatico, principe munifico e raffinato
mecenate, spregiudicato calcolatore e improvvisatore intemperante, Sigismondo
Pandolfo Malatesta è una personalità altrettanto forte che contraddittoria: ma
proprio in questa complessità stanno la sua modernità e il suo fascino.
el 1433 si
ferma a Rimini l'anziano imperatore Sigismondo di Lussemburgo; il suo ospite,
che considera l'omonimia un segno del destino, gli riserva un'accoglienza
splendida, che l'imperatore ricompensa creandolo cavaliere. Grandi
festeggiamenti salutano l'arrivo, l'anno dopo, della prima sposa di Sigismondo
Ginevra, figlia di Niccolò d'Este. Gonfaloniere della Santa Sede, Sigismondo è
uno dei più quotati capitani del campo pontificio. Nel campo avverso milita
Federico da Montefeltro, che diverrà l'implacabile nemico del Malatesta. Nel
1437 questi intraprende la costruzione di Castel Sismondo, solida struttura
militare e, insieme, sfarzosa residenza principesca. Nel 1440 muore Ginevra.
Francesco Sforza offre a Sigismondo la mano della figlia Polissena. Nel 1447 il
Malatesta è al soldo di Alfonso d'Aragona contro Venezia e Firenze, ma un
ritardo nel pagamento degli stipendi lo induce a passare al servizio dei
fiorentini. Il voltafaccia accresce il numero dei suoi nemici, che lo escludono
dai benefici della pace di Lodi (1454).
el 1448 era
morta Polissena; Sigismondo, che già aveva una relazione semi-segreta con Isotta
degli Atti, può finalmente renderla pubblica; la relazione, allietata da
numerosi figli, sarà regolarizzata col matrimonio nel 1456. Nel 1449 avevano
avuto inizio i lavori di radicale rifacimento della chiesa di San Francesco;
l'anno seguente è affidata a Leon Battista Alberti la progettazione
dell'esterno del Tempio. è, questo, il momento di maggior splendore della corte
malatestiana. Sigismondo si circonda di artisti e intellettuali prestigiosi:
oltre all'Alberti, Piero della Francesca, Agostino di Duccio, Matteo dè Pasti, Roberto
Valturio, Basinio di Parma.
el 1459 sale
al soglio pontificio Enea Silvio Piccolomini, che assume il nome di Pio II. Il
nuovo papa, che è ostile al Malatesta, al congresso di Mantova gli impone
gravose condizioni. Ferito nell'orgoglio, Sigismondo fa alcuni passi falsi che
gli attirano i fulmini del pontefice. Il giorno di Natale del 1460 è indetto un
solenne concistoro contro il Malatesta: accusato dei crimini più infamanti, è
colpito da scomunica e bruciato in effigie. Attaccato dalla truppe coalizzate
del papa e di Federico da Montefeltro, Sigismondo perde tutti i suoi domini. Gli
è consentito di conservare solo Rimini. Morirà nel 1468 e sarà sepolto nel
Tempio Malatestiano, incompiuto.
l figlio
Roberto Malatesta, che sarà detto "il Magnifico", opera abilmente per
la riconciliazione con Federico da Montefeltro, di cui nel 1475 sposa la figlia
Isabetta. Uomo d'arme come il padre, nel 1481 guida le truppe veneziano-papali
che a Campomorte sconfiggono la coalizione milanese-fiorentino-napoletana.
Atteso a Roma come trionfatore, vi entra moribondo: per malaria, o forse per
veleno. Suo figlio Pandolfo IV, detto "Pandolfaccio", combatte e
perseguita la nobiltà riminese, sempre più insofferente della dinastia
malatestiana. Quattro volte è bandito da Rimini e altrettante vi rientra,
compiendo feroci vendette. Nel 1528 le truppe di Clemente VII lo costringono ad
abbandonare definitivamente la città. I Malatesti non vi faranno più ritorno.
razie a due
vescovi celti e sensibili - il Davia e il Valenti Gonzaga - e per merito
precipuo di un intellettuale di statura europea - il medico, scienziato ed
erudito Giovanni
Bianchi (Jano Planco) - il Settecento è tuttavia un secolo di grande
vivacità culturale e di indubbio progresso degli studi scientifici e storici.
l 4 febbraio
1797, battute le truppe pontificie a Faenza, l'esercito francese giunge a
Rimini, festeggiato dai "giacobini" locali; il 6 vi pernotta
Napoleone. La città è aggregata alla Repubblica Cispadana e poi alla
Cisalpina, e diviene capoluogo del Dipartimento del Rubicone. Nel marzo del
1815, dopo la sconfitta di Lipsia e l'abdicazione di Napoleone, Gioacchino Murat
fa tappa a Rimini e di qui lancia i due celebri appelli "per l'indipendenza
d'Italia".
l 19 luglio
la Romagna è restituita alla Chiesa. Il clima opprimente della Restaurazione e
il ristagno dell'economia fanno esplodere frequenti tumulti alimentano una fitta
rete di sette, a cominciare dalla Carboneria. Ai moti del 1831 aderisce anche
Rimini, alla cui periferia, il 25 maggio, si combatte la cosiddetta
"battaglia delle Celle", ben nota per il vibrante scritto di Mazzini Une
nuit de Rimini. Esclusivamente riminese è la sollevazione del settembre
1845, che ispirerà il noto saggio di D'Azeglio Degli ultimi casi di Romagna.
Il 30 luglio 1843, con l'inaugurazione del primo Stabilimento Bagni, fondato dai
conti Alessandro e Ruggero Baldini e dal medico Claudio Tintori, nascono
ufficialmente l'industria e la civiltà balneari. Nel 1857 si apre il nuovo,
monumentale teatro progettato da Luigi Poletti. Ad inaugurarlo è la
"prima" dell'Aroldo di Giuseppe Verdi.
l 22 giugno
1859 Rimini, con tutta la Romagna, si stacca dallo Stato Pontificio; il
plebiscito del marzo 1860 ratifica l'annessione al Regno di Sardegna con un
diluvio di "sì".
all'Unità
d'Italia al 1920 - tolta la parentesi progressista del 1903-1904 - la città è
amministrata dalle forze moderate, favorite sia dai criteri di suffragio che
dalle profonde divisioni della Sinistra. Le elezioni politiche del novembre 1919
segnano la sconfitta dei moderati, una buona affermazione dei popolari
(organizzati in partito dal marzo dello stesso anno) e la schiacciante vittoria
dei socialisti, che nel 1920 conquistano il Comune e si accingono all'arduo
compito di conciliare le provvidenze sociali col risanamento finanziario. Il
movimento fascista, a Rimini meno forte e organizzato che altrove, appare un
fenomeno certo preoccupante, ma marginale ed effimero. I risultati delle
elezioni del maggio 1921 sembrano confermare questa valutazione: benchè
indebolito dalla scissione comunista, il Partito Socialista resta di gran lunga
la forza maggioritaria.
Negli anni Trenta la spiaggia di Rimini comincia a trasformarsi da "lido" per circoscritte elites in spiaggia di massa. Le amministrazioni podestarili assecondano la tendenza promuovendo un ampio programma di opere pubbliche.
ttraversata
dalla Linea Gotica, Rimini subisce 373 bombardamenti aerei e 14 navali, che la
radono letteralmente al suolo e distruggono larga parte del patrimonio
monumentale e artistico e della memoria storica della città. Il 35% dei
fabbricati è completamente distrutto, il 40% lesionato, intatto appena il 2%.
Il coefficiente di distruzione - 82% - è il più alto d'Italia. Sono, secondo
le stime del 1946, oltre 30 miliardi di lire di danni.
l 21
settembre 1944 l'esercito alleato entra in Rimini; il 16 agosto, nella piazza
oggi intitolata ai Tre Martiri, erano stati impiccati i giovani partigiani
riminesi Mario Cappelli, Luigi Nicolò e Adelio Pagliarani.
a
ricostruzione materiale, condotta con straordinaria energia e quasi a tappe
forzate, consente la rapida ripresa e il decollo economico di una città che già
agli inizi degli anni Cinquanta può dirsi, a buon diritto, il più importante
centro turistico europeo.