Fai una passeggiata per Rimini

STORIA DELLA CITTA' DI RIMINI

l luogo nel quale sorgerà la città di Rimini fu popolato non prima del V secolo a. C. Fu prima necessario che la fascia costiera - prodotto alluvionale del fiume Marecchia e del torrente Ausa - si consolidasse e diventasse abitabile. La presenza dell'uomo negli immediati dintorni è tuttavia attestata sin dal Paleolitico Inferiore. Il colle di Covignano e le colline dell'immediato entroterra hanno restituito testimonianze di una frequentazione umana ininterrotta dall'Età Neo-Eneolitica all'Età del Ferro.

Covignano, infatti, uno scavo (1969) ha messo in luce fondi di capanne dell'Età del Bronzo Recente. Il fatto che siano stati rinvenuti, oltre a reperti fittili dell'Età del Bronzo, vasellame dell'Età del Ferro e perfino ceramiche attiche, testimonia che il villaggio fu abitato continuativamente per alcuni secoli, e dimostra altresì l'esistenza di uno scalo marittimo alla foce del Marecchia, controllato verosimilmente dai Villanoviani, a cui approdavano navi cariche di mercanzie e soprattutto d'ambra. La civiltà villanoviana - che aveva come epicentro Verucchio, roccaforte da cui era possibile dominare tutta la valle del Marecchia - si sarebbe espansa verso il mare per promuovere e controllare quei traffici che ne consentiranno la fioritura.

el V secolo, dunque, gli abitanti degli avamposti collinari scendono in pianura e vi si stanziano. Stando al quadro storico tradizionale, basato su notizie di Strabone, Pausania, Polibio e Tito Livio, tale territorio fu abitato dapprima da non meglio precisate popolazioni indigene (da identificarsi, forse, coi Villanoviani), poi dagli Umbri (chiamati - si tramanda - per contrastare gli Etruschi) e infine dai Galli Senoni. I ritrovamenti archeologici, di fatto, non documentano significativi mutamenti culturali per tutto il IV secolo e il principio del III. Alla "nazione" celtica è collegato un solo, per quanto importante, documento: il famoso aes grave, che al diritto presenta una testa virile con capelli a grosse ciocche, baffi e pesante collana (torques), in cui si è unanimemente riconosciuta l'effigie di un Gallo. Non è stato ancora stabilito definitivamente, invece, se a fondere la moneta sia stata una zecca celtica o romana, anche se le argomentazioni pendono a favore della prima ipotesi.

attuti definitivamente i Galli e i loro alleati nella battaglia di Sentino (295 a. C.), nel 268 i Romani fondano la città di Ariminum, traendo il nome da quello del fiume Marecchia (Ariminus), così che il toponimo significa, alla lettera,"la città sul Marecchia". E' probabile che nel luogo preesistesse un insediamento più o meno ampio ed organizzato.

'orientamento della città è una spia eloquente dei progetti del governo di Roma: il "cardo", da monte a mare, ribadisce l'importanza della vecchia via commerciale villanoviana, mentre il "decumano" svela inequivocabili mire espansionistiche in direzione della Valle Padana. All'incrocio fra i due assi principali si apre il foro, cuore politico, religioso ed economico di Ariminum. Vie minori parallele o perpendicolari agli assi delimitano gli isolati, razionalmente disposti a scacchiera. La città, cinta di mura in opus quadratum, può ospitare dai dieci ai ventimila abitanti; altrettanti popolano l'agro, centuriato secondo la regola astronomica e fittamente appoderato. I seimila coloni laziali e campani che, secondo gli storici antichi, si stabiliscono in territorio riminese, sono infatti capifamiglia con moglie, figli e servi.

La fondazione di Ariminum è un fatto storicamente significativo, giacchè segna la definitiva vittoria dei sostenitori di uno Stato romano esteso a tutta la penisola contro i fautori di uno Stato circoscritto al Lazio, cioè, in sostanza, dei populares contro il patriziato. La costruzione delle grandi strade consolari riconferma sia questa scelta politica, ormai irreversibile, che il ruolo di caposaldo di Ariminum. Nel 220 Caio Flaminio inaugura la via Flaminia, arteria commerciale e militare di 212 miglia integralmente selciate che congiunge Roma con l'ager gallicus. Nel 187 Emilio Lepido apre la via Emilia che, da Rimini a Piacenza, attraversa e collega l'intera Valle Padana. Nel 132, infine, Publio Popilio Lenate traccia la via Popilia, la strada costiera che, partendo da Rimini, arriva ad Adria e forse ad Aquileia.

mportante centro fortificato, sicuro sbocco portuale e primario caput viarum, Ariminum è ormai, tra il II e il I secolo a. C., una città attiva e florida che pratica l'artigianato e il commercio, e dove si affermano famiglie potenti come gli Ovii e i Maecii. Nel 90, al termine di un processo di ascesa politica ed economica di quasi due secoli, Rimini cessa di essere una colonia di diritto latino e diventa municipio romano; i suoi abitanti, parificati ai cittadini di Roma, vengono iscritti alla tribù aniense.

Nella guerra civile tra Mario e Silla, ovvero tra i populares e il partito patrizio, Rimini si schiera coi primi. Presa a tradimento la città, Silla la mette a ferro e fuoco (82 a. C.). I partigiani di Mario sono banditi. La fonte del sacco di Silla è Cicerone; la testimonianza è autorevole, ma non ha trovato conferma in ritrovamenti archeologici.

l 12 gennaio del 49 un altro più famoso rappresentante dei "popolari", Giulio Cesare, attraversa il Rubicone alla testa della XIII legione. Più di trecento anni di discussioni, spesso molto vivaci, non sono bastati a chiarire quale degli attuali corsi d'acqua debba identificarsi col Rubicone: se il cesenate Pisciatello, il savignanese Fiumicino o il riminese Uso; pare infatti che l'antico Rubicone abbia modificato il suo corso nell'alto Medioevo. L'attraversamento in armi del fiumicello - confine tra la Gallia Cisalpina e l'Italia - costituisce un gesto di aperta e insanabile ribellione al senato di Roma ed è stato tradizionalmente interpretato come l'atto simbolico del trapasso dalla repubblica al principato. La sera stessa Cesare si acquartiera ad Ariminum.

'età augustea costituisce per Rimini un periodo di vasti interventi pubblici e, di conseguenza, di rinnovamento, di crescita e di generale benessere. Nel 27 a. C., al termine del radicale restauro della via Flaminia, è eretto l'arco d'Augusto. Il monumento, tutto in pietra d'Istria, ha la doppia funzione di porta principale della città e di arco trionfale (sull'attico è collocata una statua in bronzo dell'imperatore), ed è il primo e il più importante fra quelli costruiti nella Cisalpina. Iniziato nel 14 d. C., ultimo anno di vita di Augusto, il ponte a cinque arcate sul Marecchia sarà terminato nel 21 dal suo successore Tiberio, a cui è oggi intitolato. Alla costruzione dell'arco e del ponte, collocati ai due estremi del "decumano" - che diviene così la via più importante della città, e tale resterà fino ai nostri giorni - si affianca un ampio programma di lavori pubblici: nell'anno 1 d. C. Caio Cesare, figlio adottivo di Augusto, fa lastricare tutte le strade; allo stesso periodo data l'erezione del teatro nelle adiacenze del foro. I templi e gli edifici pubblici vengono rivestiti di pietra, importata massicciamente dall'altra sponda dell'Adriatico. Gli edifici privati si arricchiscono di pavimenti musivi, marmi pregiati ed eleganti intonaci, e confermano l'impressione di una diffusa agiatezza. Successivi imperatori completano gli impianti pubblici di Ariminum.

l tempo di Domiziano (81-96 d. C.) risalgono l'acquedotto e la rete fognaria. Il grande anfiteatro, di dimensioni non inferiori a quelle del Colosseo, è eretto in età adrianea (119-138). Ad Antonino Pio (138-161) spetterebbe la costruzione della fontana pubblica. Fra l'età degli Antonini e quella dei Severi si assiste a un consistente sviluppo dell'edilizia privata, promossa da possidenti, mercanti e funzionari. La struttura economica di Ariminum consente ancora l'accumulo di grandi patrimoni, ma la maggioranza dei cittadini deve far fronte a un processo di progressivo impoverimento.

la persecuzione di Diocleziano abbia fatto qui numerosi martiri, fra i quali la quindicenne santa Innocenza, copatrona della città. La stessa tradizione situa il luogo dei supplizi fuori Porta Romana, nei pressi del tempio di Giove, in un'area sepolcrale detta per la sua natura paludosa Lacus maior (donde il toponimo Lagomaggio).

l Cristianesimo, in effetti, dovette diffondersi a Rimini tra la fine del II e il principio del III secolo. La cattedra episcopale sarebbe stata istituita nel III secolo. Un vescovo di nome Stemnio avrebbe otte

nuto da Costantino di convertire il tempio pagano di Ercole in chiesa cristiana e avrebbe intitolato questa, che sarebbe poi diventata la cattedrale, a santa Colomba.

l concilio di Nicea del 325 si era chiuso con la sconfitta di Ario, la cui dottrina sulla Trinità era stata condannata. Ciò, tuttavia, non aveva posto fine alle dispute. Per comporre il contrasto, nel 359 l'imperatore Costanzo II convoca a Rimini un nuovo concilio, a cui partecipano oltre quattrocento vescovi provenienti da tutte le province occidentali (quelli d'Oriente si riuniscono a Seleucia). Appoggiati dall'imperatore, i seguaci di Ario riescono a raccogliere la stragrande maggioranza dei vescovi su una mozione di compromesso che, di fatto, annulla i deliberati di Nicea. Solo un'esigua minoranza di ortodossi si oppone alle conclusioni del concilio di Rimini. Tra questi irriducibili - appena diciotto - è annoverato il vescovo di Rimini Gaudenzio. Arrestato dal preside dell'imperatore per la sua aperta predicazione antiariana, il 14 ottobre del 360 è linciato da un gruppo di fanatici partigiani di Ario.

a precisato che l'esistenza storica del santo, patrono di Rimini, è ignorata dalle fonti coeve. Primario nodo stradale, e perciò luogo di passaggio quasi obbligato, Rimini deve sopportare a più riprese l'urto delle invasioni barbariche. Nel 409 vi si accampa il visigoto Alarico, che poi metterà a sacco Roma. Nel 452 Rimini scampa miracolosamente alle orde unne, contro cui schiera - stando a una tradizione non molto solida - tremila uomini. Nel 476 passa per Rimini Odoacre, re degli Eruli, che giunto a Roma deporrà l'ultimo imperatore d'Occidente, Romolo Augustolo. Nel 490 il goto Teodorico scende in Italia e sconfigge Odoacre, che ripara a Ravenna; Teodorico salpa dal porto di Rimini e sbarca a sei miglia da Ravenna: la città, affamata e priva di soccorsi, deve arrendersi. è l'anno 493. Teodorico si proclama re d'Italia e stabilisce a Ravenna la sua corte.

el 526, alla morte di Teodorico, Giustiniano ritiene maturi i tempi per la riunificazione dell'impero. Nel 535 invia in Italia il più capace dei suoi generali, Belisario, per conquistarla da sud a nord. Gli si oppone il goto Vitige. E' l'inizio della terribile guerra gotico-bizantina, lunga quasi vent'anni (dal 535 al 553) e combattuta nel più totale disprezzo delle popolazioni, che usciranno dal conflitto decimate e prostrate. Nel 538 Giovanni, ufficiale di Belisario, strappa Rimini ai Goti. Vitige la cinge d'assedio, ma un fossato fatto scavare nottetempo da Giovanni impedisce alle sue macchine belliche di avvicinarsi alle mura. Agli assediati, ormai allo stremo, giunge in soccorso Belisario, che mette in fuga i Goti ed entra in Rimini.

' l'anno 539. Quattro anni di continue battaglie, assedi e saccheggi hanno innescato una spaventosa carestia che miete centinaia di migliaia di vittime e imbarbarisce i superstiti. Procopio di Cesarea, autore di una cronaca vigorosa e impietosa, narra un episodio inquietante: due donne di un villaggio presso Rimini, proprietarie di una locanda, avrebbero ammazzato nel sonno, macellato e divorato diciassette malcapitati viandanti, per essere passate a fil di spada dal diciottesimo.

a guerra fra i Goti e i Bizantini si trascina con alterne fortune dei contendenti. Nel 549 Giustiniano richiama in patria Belisario; Totila, che era stato incoronato re dei Goti nel 541, può rioccupare buona parte dell'Italia, compresa Rimini. Nel 552 sbarca a Ravenna il generale bizantino Narsete, alla testa di un esercito agguerrito, e punta verso Roma; a Rimini incontra l'accanita resistenza del goto Usdrila, che per fermare i Bizantini fa smantellare l'ultima arcata del ponte di Tiberio. I Goti, dopo alcuni infruttuosi tentativi di riscossa, debbono sottomettersi a Giustiniano.

Rimini torna ai Bizantini, che danno un nuovo assetto politico-amministrativo ai territori conquistati. Rappresentante dell'imperatore in Italia è l'esarca, che risiede a Ravenna e governa direttamente sulle città emiliane dell'"esarcato"; le città di Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia e Ancona compongono la "pentapoli marittima", di cui Rimini è la capitale e che è retta da un duca. Due toponimi conservano il ricordo di questo periodo: "via Ducale" e "Castellaccia", rione così chiamato per il turrito palazzo del duca che vi sorgeva.

'"esarcato" e la "pentapoli" si opporranno, nel 568, all'occupazione dei Longobardi di Alboino. Da questa resistenza deriva il nome Romagna (Romania), "terra romana", in contrapposizione a Longobardia (da cui Lombardia), "terra longobarda". Solo nel 751 i Longobardi riusciranno ad aver ragione degli ultimi possedimenti bizantini. Per poco, giacchè nel 756 il franco Pipino sconfiggerà il longobardo Astolfo e donerà l'"esarcato" e la "pentapoli" alla Chiesa.

l titolo di duca designa ora i governatori papali. Nella seconda metà del X secolo, in conseguenza della riforma amministrativa di Carlo Magno, il nome di duca è sostituito da quello di conte, pur restando invariate le prerogative. Le notizie sulle condizioni di Rimini in questo periodo sono scarsissime; registrazioni del Codice Bavaro documentano che le case del pieno centro sono di legno, paglia e fango: ciò che indica un grave degrado della situazione economica e del tenore di vita. Nell'alto Medioevo il cuore politico e religioso della città si trasferisce dal foro all'area attigua alla cattedrale di Santa Colomba; nella confinante piazza della Fontana sorgeranno poi gli edifici del libero comune.

ntorno al fatidico anno Mille ha inizio in tutta Europa una lunga fase di ripresa economica e di sviluppo demografico. La rinascita di Rimini sembra legata ad un evento naturale: il mutamento di corso del Marecchia, la cui foce diventa un ottimo porto. L'importanza del nuovo scalo è indubbia. Nell'XI secolo, in connessione con le molteplici attività portuali, sorge il borgo di San Giuliano.

ulle origini del comune riminese sappiamo poco. Nel X secolo al conte, rappresentante dell'imperatore e del pontefice, si affianca il Pater civitatis, autorità municipale responsabile della regolamentazione dell'economia e della giustizia. Da Pater civitatis, volgarizzato in "Parcitade", deriverà il cognome della famiglia ghibellina dei Parcitadi. Intorno al 1130 il comune è già una struttura complessa. è retto da un Consiglio generale di circa trecento membri, presieduto da sei consoli; un agile Consiglio di credenza (o degli anziani), eletto dal Consiglio generale, ha funzioni esecutive e assicura il disbrigo degli affari correnti.

Alla fine del XII secolo, in sostituzione dei consoli, è introdotta a Rimini la figura del podestà, uno straniero con un incarico temporaneo (da sei mesi a un anno). L'innovazione ha un significato inequivocabile: la provenienza del podestà da un'altra città e la durata limitata della carica vorrebbero garantire da mire di potere e da pesanti ingerenze delle fazioni; è quindi un indizio dell'inasprimento delle lotte di parte.

el 1157 il comune di Rimini ottiene dall'imperatore Federico Barbarossa un privilegio che riconosce le magistrature municipali e concede alla "diletta e fedelissima città", ghibellina da sempre, ogni diritto sul suo territorio e facoltà di battere moneta. Nel 1204 ha inizio la costruzione del Palazzo del comune, o Arengo, destinato ad ospitare le adunanze del Consiglio generale. Al podestà sarà riservata una sede autonoma - il Palazzo del podestà, appunto - nel 1330. Intorno alla metà del XIII secolo il comune intraprende l'erezione delle nuove mura sia per difendersi meglio dai confinanti che per una più rigorosa esazione del dazio.

a fase comunale è breve e tormentata. Alle continue guerre con le città vicine (in particolare Cesena e Pesaro), si sommano i contrasti religiosi (Rimini ospita una forte comunità ereticale, i Patarini) e le lotte di parte. Va detto, in proposito, che quando si parla di Guelfi e Ghibellini non ci si riferisce a sostenitori convinti e fedeli del papa e dell'imperatore. Sotto le divisioni politiche, spesso palesemente pretestuose, affiorano le rivalità personali e familiari. Dagli scontri di fazione emergeranno, attraverso un progressivo controllo delle strutture comunali, le famiglie signorili. A Rimini come dovunque.

'ingresso dei Malatesti nella storia di Rimini non è propriamente trionfale: nel 1197 Giovanni Malatesta, signore di Verucchio, chiede venia per non si sa quali offese fatte ai riminesi, presentandosi con la corda al collo e la spada rivolta verso se stesso, giurando obbedienza e sottoponendo il proprio castello alla città di Rimini. Sul finire del XII secolo, in effetti, questa famiglia della nobiltà rurale originaria di Pennabilli non è ancora gran che potente. I Malatesti si stabiliscono a Rimini nel 1216, allorchè il comune - in cambio del sostegno in caso di guerra - accorda a Giovanni e a suo nipote Malatesta la cittadinanza riminese e regala loro cento lire ravennati perchè acquistino delle case, forse il primo nucleo della futura rocca.

' Malatesta da Verucchio, il dantesco "mastin vecchio", che, inserendosi abilmente nelle lotte di parte e assicurandosi il controllo della podesteria, sbaraglia i rivali e pone le basi della signoria malatestiana. A Rimini i Ghibellini sono capeggiati dalla famiglia dei Parcitadi, che già al principio del XII secolo sono i veri padroni della città a capo dei Guelfi sono i Gambacerri. Malatesta da Verucchio, ghibellino per vecchia tradizione familiare, nel 1248 passa al campo avverso, dove in breve occuperà una posizione predominante grazie all'appoggio della Chiesa e ad un'accorta politica matrimoniale. Nello stesso anno del mutamento di fronte piomba su Rimini, fa prigioniero il podestà e insedia al potere il partito guelfo. Ai ripetuti tentativi di ribellione dei ghibellini, Malatesta risponde esiliandone i capi. Nel 1295 tenta un colpo di mano. Scoppiano violenti tumulti e le opposte fazioni si scontrano per tre giorni. All'indomani della solenne riconciliazione, Malatesta assalta di notte le case dei capi ghibellini che, sorpresi nel sonno, non possono opporre resistenza. Parecchi muoiono (fra questi Cignatta e Montagna Parcitadi), molti altri sono fatti prigionieri. I Parcitadi si rifugiano a Venezia, da cui non faranno più ritorno in patria.

a inizio la signoria dei Malatesti. Il "mastin vecchio" morirà centenario nel 1312. Sposatosi tre volte, genera otto figli. Da Concordia, la seconda moglie, ha tre maschi: Malatestino (detto "dall'Occhio" perchè guercio), Giovanni (detto "lo Sciancato"), marito di Francesca da Polenta, e Paolo (detto "il Bello"): questi ultimi sono celebri per essere gli attori della tragedia familiare immortalata da Dante. Che fondamento storico ha questa vicenda di amore e morte che ispirerà decine di poeti, drammaturghi, musicisti, pittori romantici? Del fatto si ignora tanto l'anno che il luogo. Luigi Tonini propone, con solidi argomenti, la data del 1283 e la città di Rimini. Altri la pensano diversamente. Il solo elemento certo è l'identità dei protagonisti.

alatestino succede al padre nel 1312. Alla sua morte, nel 1317, diviene signore di Rimini il fratello Pandolfo, che si batte vittoriosamente contro una lega di ghibellini toscani e marchigiani. Nel 1326 gli subentra Ferrantino, figlio di Malatestino, che nel 1334 è deposto dai figli di Pandolfo Galeotto e Malatesta (soprannominato, per l'occasione, "Guastafamiglia"). A costoro il Consiglio generale concede il "dominio" e la "defensoria" a vita della città, trasmissibili ai discendenti: formale atto di legittimazione di un potere già esercitato di fatto.

rivi ormai di avversari, i Malatesti si combattono fra loro. Le lotte intestine hanno provvisoriamente fine nel 1343. Nel 1348 infuria la spaventosa pestilenza che decima l'Europa e che spopola anche Rimini, uccidendo - testimonia un anonimo cronista - due persone su tre. Alla peste, probabilmente, è collegato il rapido tramonto della grande scuola di pittura - il Trecento riminese - che in Neri, Giovanni, Giuliano, Pietro, Francesco e Giovanni Baronzio aveva avuto i suoi principali esponenti.

a peste non arresta invece Malatesta "Guastafamiglia" che, rafforzate e ampliate le mura di Rimini, si espande nelle Marche. Per fronteggiarlo, Innocenzo IV nomina suo vicario il cardinale spagnolo Egidio Albornoz, uomo energico e accorto, che prima ferma il "Guastafamiglia" e poi lo usa contro i Manfredi e gli Ordelaffi. Alla sua morte (1364) la signoria di Rimini passa al fratello Galeotto. Gli succede, nel 1385, il figlio Carlo, il cui governo è ricordato come un periodo di pace e d'operosità: si deve a lui il restauro del porto riminese, che darà alla città cospicui e duraturi benefici. Carlo, che non ha figli, accoglie a Rimini i tre figli illegittimi del fratello Pandolfo III - Galeotto Roberto, di 12 anni, Sigismondo, di 10, e Domenico (più noto come Malatesta Novello), di 5 - e convince il papa a riconoscerli.

arlo muore nel 1429. Erede della signoria è Galeotto Roberto, un asceta ardente di zelo religioso, del tutto inadatto al ruolo. Il ramo pesarese dei Malatesti cerca di approfittarne e manovra perchè a Rimini scoppino dei tumulti. Ma il quattordicenne Sigismondo raccoglie un esercito e soffoca la rivolta. Galeotto Roberto rinuncia al potere e si chiude in un monastero di Santarcangelo, dove morirà prematuramente per le severe pratiche di disciplina. A soli sedici anni Sigismondo è signore di Rimini.

rillante capitano di ventura e accorto diplomatico, principe munifico e raffinato mecenate, spregiudicato calcolatore e improvvisatore intemperante, Sigismondo Pandolfo Malatesta è una personalità altrettanto forte che contraddittoria: ma proprio in questa complessità stanno la sua modernità e il suo fascino.

el 1433 si ferma a Rimini l'anziano imperatore Sigismondo di Lussemburgo; il suo ospite, che considera l'omonimia un segno del destino, gli riserva un'accoglienza splendida, che l'imperatore ricompensa creandolo cavaliere. Grandi festeggiamenti salutano l'arrivo, l'anno dopo, della prima sposa di Sigismondo Ginevra, figlia di Niccolò d'Este. Gonfaloniere della Santa Sede, Sigismondo è uno dei più quotati capitani del campo pontificio. Nel campo avverso milita Federico da Montefeltro, che diverrà l'implacabile nemico del Malatesta. Nel 1437 questi intraprende la costruzione di Castel Sismondo, solida struttura militare e, insieme, sfarzosa residenza principesca. Nel 1440 muore Ginevra. Francesco Sforza offre a Sigismondo la mano della figlia Polissena. Nel 1447 il Malatesta è al soldo di Alfonso d'Aragona contro Venezia e Firenze, ma un ritardo nel pagamento degli stipendi lo induce a passare al servizio dei fiorentini. Il voltafaccia accresce il numero dei suoi nemici, che lo escludono dai benefici della pace di Lodi (1454).

el 1448 era morta Polissena; Sigismondo, che già aveva una relazione semi-segreta con Isotta degli Atti, può finalmente renderla pubblica; la relazione, allietata da numerosi figli, sarà regolarizzata col matrimonio nel 1456. Nel 1449 avevano avuto inizio i lavori di radicale rifacimento della chiesa di San Francesco; l'anno seguente è affidata a Leon Battista Alberti la progettazione dell'esterno del Tempio. è, questo, il momento di maggior splendore della corte malatestiana. Sigismondo si circonda di artisti e intellettuali prestigiosi: oltre all'Alberti, Piero della Francesca, Agostino di Duccio, Matteo dè Pasti, Roberto Valturio, Basinio di Parma.

el 1459 sale al soglio pontificio Enea Silvio Piccolomini, che assume il nome di Pio II. Il nuovo papa, che è ostile al Malatesta, al congresso di Mantova gli impone gravose condizioni. Ferito nell'orgoglio, Sigismondo fa alcuni passi falsi che gli attirano i fulmini del pontefice. Il giorno di Natale del 1460 è indetto un solenne concistoro contro il Malatesta: accusato dei crimini più infamanti, è colpito da scomunica e bruciato in effigie. Attaccato dalla truppe coalizzate del papa e di Federico da Montefeltro, Sigismondo perde tutti i suoi domini. Gli è consentito di conservare solo Rimini. Morirà nel 1468 e sarà sepolto nel Tempio Malatestiano, incompiuto.

l figlio Roberto Malatesta, che sarà detto "il Magnifico", opera abilmente per la riconciliazione con Federico da Montefeltro, di cui nel 1475 sposa la figlia Isabetta. Uomo d'arme come il padre, nel 1481 guida le truppe veneziano-papali che a Campomorte sconfiggono la coalizione milanese-fiorentino-napoletana. Atteso a Roma come trionfatore, vi entra moribondo: per malaria, o forse per veleno. Suo figlio Pandolfo IV, detto "Pandolfaccio", combatte e perseguita la nobiltà riminese, sempre più insofferente della dinastia malatestiana. Quattro volte è bandito da Rimini e altrettante vi rientra, compiendo feroci vendette. Nel 1528 le truppe di Clemente VII lo costringono ad abbandonare definitivamente la città. I Malatesti non vi faranno più ritorno.

Sipontina, il governo della città era stato conferito al patriziato ed era stato creato un Consiglio formato da cento nobili e trenta "artisti". Rappresentante locale del papa è il governatore. Ha inizio un lungo periodo di stasi economica, di passività e di indolenza. Del progressivo declino di Rimini è indizio una storia povera di fatti, e quei pochi perlopiù disgraziati: invasioni, saccheggi, carestie, pestilenze, inondazioni, terremoti. Nel 1529 a una fiera carestia segue una terribile pestilenza che fa quasi 3800 vittime. Nel 1531 passano per Rimini le truppe di Carlo V; nel 1557 quelle francesi, che saccheggiano brutalmente il territorio. Nel 1672 la città è colpita dal più grave terremoto di cui si ha memoria, che causa, oltre ad immensi danni, 460 vittime. Per tutto il corso del XVIII secolo si susseguono ininterrotti passaggi di eserciti stranieri - Austriaci, Spagnoli, Sardi, Napoletani - con occupazioni militari, saccheggi, ruberie e violenze d'ogni genere. Un altro disastroso terremoto - quello della notte di Natale del 1786 - chiude questo travagliato periodo.

razie a due vescovi celti e sensibili - il Davia e il Valenti Gonzaga - e per merito precipuo di un intellettuale di statura europea - il medico, scienziato ed erudito Giovanni Bianchi (Jano Planco) - il Settecento è tuttavia un secolo di grande vivacità culturale e di indubbio progresso degli studi scientifici e storici.

l 4 febbraio 1797, battute le truppe pontificie a Faenza, l'esercito francese giunge a Rimini, festeggiato dai "giacobini" locali; il 6 vi pernotta Napoleone. La città è aggregata alla Repubblica Cispadana e poi alla Cisalpina, e diviene capoluogo del Dipartimento del Rubicone. Nel marzo del 1815, dopo la sconfitta di Lipsia e l'abdicazione di Napoleone, Gioacchino Murat fa tappa a Rimini e di qui lancia i due celebri appelli "per l'indipendenza d'Italia".

l 19 luglio la Romagna è restituita alla Chiesa. Il clima opprimente della Restaurazione e il ristagno dell'economia fanno esplodere frequenti tumulti alimentano una fitta rete di sette, a cominciare dalla Carboneria. Ai moti del 1831 aderisce anche Rimini, alla cui periferia, il 25 maggio, si combatte la cosiddetta "battaglia delle Celle", ben nota per il vibrante scritto di Mazzini Une nuit de Rimini. Esclusivamente riminese è la sollevazione del settembre 1845, che ispirerà il noto saggio di D'Azeglio Degli ultimi casi di Romagna. Il 30 luglio 1843, con l'inaugurazione del primo Stabilimento Bagni, fondato dai conti Alessandro e Ruggero Baldini e dal medico Claudio Tintori, nascono ufficialmente l'industria e la civiltà balneari. Nel 1857 si apre il nuovo, monumentale teatro progettato da Luigi Poletti. Ad inaugurarlo è la "prima" dell'Aroldo di Giuseppe Verdi.

l 22 giugno 1859 Rimini, con tutta la Romagna, si stacca dallo Stato Pontificio; il plebiscito del marzo 1860 ratifica l'annessione al Regno di Sardegna con un diluvio di "sì".

arga e precoce è a Rimini la propagazione delle idee repubblicane, anarchiche e socialiste. Nell'agosto del 1872, nella sede del Fascio Operaio, ha luogo il I congresso delle sezioni italiane dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, più noto come "conferenza di Rimini", che termina con la vittoria dei bakuninisti sui seguaci di Marx: è l'atto di nascita formale del movimento anarchico. Il 2 agosto 1874 si apre e si chiude, con massicci arresti, il convegno anarco-repubblicano di Villa Ruffi, sulle colline riminesi, indetto per dar vita a un'insurrezione antimonarchica. Tra i molti e illustri ammanettati, il "triumviro" Aurelio Saffi, il futuro presidente del Consiglio Alessandro Fortis e Domenico Francolini, bandiera del libertarismo riminese.

all'Unità d'Italia al 1920 - tolta la parentesi progressista del 1903-1904 - la città è amministrata dalle forze moderate, favorite sia dai criteri di suffragio che dalle profonde divisioni della Sinistra. Le elezioni politiche del novembre 1919 segnano la sconfitta dei moderati, una buona affermazione dei popolari (organizzati in partito dal marzo dello stesso anno) e la schiacciante vittoria dei socialisti, che nel 1920 conquistano il Comune e si accingono all'arduo compito di conciliare le provvidenze sociali col risanamento finanziario. Il movimento fascista, a Rimini meno forte e organizzato che altrove, appare un fenomeno certo preoccupante, ma marginale ed effimero. I risultati delle elezioni del maggio 1921 sembrano confermare questa valutazione: benchè indebolito dalla scissione comunista, il Partito Socialista resta di gran lunga la forza maggioritaria.

l 6 luglio 1922, dopo mesi di continue e perlopiù impunite violenze squadristiche (culminate, il 27 maggio, nell'eccidio di Santa Giustina), la giunta socialista deve rassegnare le dimissioni. Per Rimini, come per tutto il Paese, hanno inizio gli anni bui della dittatura.

Negli anni Trenta la spiaggia di Rimini comincia a trasformarsi da "lido" per circoscritte elites in spiaggia di massa. Le amministrazioni podestarili assecondano la tendenza promuovendo un ampio programma di opere pubbliche.

ttraversata dalla Linea Gotica, Rimini subisce 373 bombardamenti aerei e 14 navali, che la radono letteralmente al suolo e distruggono larga parte del patrimonio monumentale e artistico e della memoria storica della città. Il 35% dei fabbricati è completamente distrutto, il 40% lesionato, intatto appena il 2%. Il coefficiente di distruzione - 82% - è il più alto d'Italia. Sono, secondo le stime del 1946, oltre 30 miliardi di lire di danni.

l 21 settembre 1944 l'esercito alleato entra in Rimini; il 16 agosto, nella piazza oggi intitolata ai Tre Martiri, erano stati impiccati i giovani partigiani riminesi Mario Cappelli, Luigi Nicolò e Adelio Pagliarani.

a ricostruzione materiale, condotta con straordinaria energia e quasi a tappe forzate, consente la rapida ripresa e il decollo economico di una città che già agli inizi degli anni Cinquanta può dirsi, a buon diritto, il più importante centro turistico europeo.